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Quaderni Di Viaggio


Data: 1/9/2006
Autore: Loredana Luogo: ECUADOR

Messaggio:

DIARIO DI VIAGGIO IN ECUADOR E GALÀPAGOS Sto aspettando che il gruppo si allontani quel tanto che basta per non perderlo di vista e mi avvicino furtiva allo stupendo fascio di rose gialle che mi attira come un’ape. Ho deciso: voglio portarmi via l’intera composizione floreale. Abbandono la borsa da viaggio con tutti i documenti e con sforzo abbraccio quell’incanto, sorprendentemente senza spine. Me lo sistemo alla bell’e meglio sulla testa e comincio a correre verso la scala mobile che pochi minuti prima ha inghiottito i miei compagni di viaggio. Non vedo più nessuno. Le rose mi stanno sfuggendo di mano e mi cadono sugli occhi, si spargono davanti ai miei piedi, inciampo, urlo, mentre una sirena, vicinissima, lacera il silenzio e una mano mi afferra per un braccio e mi scuote violentemente. “Dai, dai, mamma, svegliati, è solo un sogno!” Lo squillo ripetuto del telefono e la voce di Fabio, nonché la sua energica scrollata, rompono bruscamente l’incubo e si fanno strada nel mio intontimento. Sono a casa. Sono quei fantastici fasci di rose di cui sognai la prima notte del nostro rientro a darci il benvenuto all’aeroporto di Quito. E rose e palloncini multicolori vengono sventolati dalla folla eterogenea che gremisce ogni angolo della sala arrivi. Schiacciata in mezzo a quella calca, mi diverto ad osservare: visi scuri, profili totemici su corpi tracagnotti, donne con i tipici cappelli andini, bambini infagottati che stringono nei piccoli pugni i lunghi bastoncini su cui ondeggiano palloncini di benvenuto. Un ragazzo alto con un sorriso cordiale incorniciato da una bella barba nera si fa largo tra la folla. Non l’ho mai visto prima, ma intuisco che si tratta di Luca, la nostra guida, che mi ispira un immediato senso di simpatia. Fuori ci attende anche Mariela, la bella aiutante ecuadoriana di Luca. Imbruna. Il cielo è percorso da masse di nuvole nere, e minaccia pioggia. Un grosso pullman dai poggiatesta giallo splendente ci aspetta e Jona, l’autista con cui percorreremo tutte le tappe andine, ci accoglie con un largo sorriso di simpatia. Quito è adagiata in una vasta conca a 2850 m. di altitudine. I declivi che la circondano sembrano avvolti in un morbido velluto nero punteggiato da miriadi di luci brillanti, che mi fanno immaginare che la Via Lattea sia precipitata temporaneamente a curiosare sotto la cupa coltre di nubi, lasciando il cielo nero come la pece. L’hostal “Los Alpes” che ci ospita per la prima notte ecuadoriana è una piacevolissima sorpresa. Caldo, intimo, accogliente, infonde subito un senso di rilassante benessere. Il caminetto acceso, i riflessi guizzanti del fuoco sui vecchi mobili lucidati a cera, la scala di legno scricchiolante che porta al piano superiore, la stanza con i suoi lettoni e le tende ricamate alle finestre, tutto emana un fascino di buone cose antiche. Dopo circa trenta ore di spostamenti, mi infilo sotto una montagna di coperte e piombo in un sonno catalettico, da cui emergo dopo non so quante ore al canto di un gallo. 16/11 È domenica, sicuramente il giorno più adatto per passeggiare per le vie e le piazze della Quito vecchia, città sorprendente che conserva intatto il suo charme di antica città coloniale. Ovunque è un’invasione festosa di gente: nelle grandi piazze circondate da eleganti palazzi e sui sagrati delle chiese i costumi variopinti delle donne e le bancarelle di rose creano intense macchie di colore nella luminosità dell’aria. Le chiese hanno muri e campanili candidi, e portali in pietra scura. Gli interni sono gremiti: è l’ora della messa, e non possiamo che sbirciare tra la folla in preghiera, le nuvole d’incenso e le fiammelle tremule delle candele. Annesso alla chiesa “Monastero di S. Francisco”, il Museo Franciscano si snoda intorno a un suggestivo chiostro ricco di palme e di aiuole fiorite. Alla serena e riposante levità che si respira sotto il porticato esterno si contrappone l’opprimente atmosfera delle lunghe sale che espongono un condensato della più dolente iconografia c


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