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IL VIAGGIO CHE VALE UN ….P E R U’
Milleseicento chilometri da Lima a Machu Picchu percorrendo la mitica strada Panamericana, passando per Nazca, risalendo ad Arequipa, a Puno e al Titicaca e proseguendo per Cuzco, Colca, Pisac, Ollantaitambo e la Valle dell’Urubamba fino a Agua Caliente.
Nomi mitici che evocano popoli leggendari e culture diverse: i Chachapoias, i Chavin, i Chimu, i Wari, i Nazca, i Moche, gli Aymara, i Quechua e gli Inca. Nomi che raccontano storie di guerrieri superbi: Ataualpa, Manco Capac, Tupac Amaro; di conquistadores e avventurieri: Pizarro, Almagro, Aguirre. Storie di divinità altissime, Virachocha e Pacha Mama, di antiche città e luoghi leggendari El Dorado, Vilcabamba, Valle Sagrado. Nomi di grandi montagne dove dimorano Dei forti e generosi che parlano con le dolcissime leggende del Sole e della Luna, con le feste e i riti popolari celebrati per ingraziarsi la Madre Terra, la Pacha Mama ,di una terra dura con i propri figli.
Lima è una metropoli con otto milioni di abitanti. Cuore moderno del Perù, evoluta, attrezzata con servizi di prim’ordine: aeroporto, università, scuole, ambasciate, ministeri, parchi attrezzati, grandi boulevards e malecon, piazze, monumenti, palazzi signorili, grattacieli. Capitale da sempre, da quando Francisco Pizarro la fondò nel 1535 per farne il centro amministrativo e politico delle colonie spagnole del Sud America: il Vicereame che comprendeva Perù, Colombia, Bolivia, Equador, Cile e nord-Argentina.
Profonda l’impronta che gli spagnoli hanno lasciato in questa città e nel Paese. Portarono il cavallo e la ruota, la spada e la polvere da sparo, la Croce e un nuovo Dio. Arrivarono nel 1532 e se ne andarono nel 1821, dopo aver preso tutto, soprattutto oro e argento per la corona di Spagna Ricchezze immense trasportate con le navi lungo le coste dell’Ecuador e della Colombia e poi, da lì, portate dagli schiavi indios, a piedi attraverso la giungla di Panama, sulle coste atlantiche, percorrendo una via infernale: il Camino de Crucis. I conquistadores presero ricchezze immense anche per sé e i loro discendenti e, sempre più avidi, cercarono il mitico El Dorado, la leggendaria Vilcabamba, senza mai riuscire a trovarlo. Si accontentarono di sfruttare gli schiavi per estrarre oro, argento, rame, zinco, piombo, ferro dalle ricche miniere del Cerro Rico di Potosi, nella confinante Bolivia. Miniere che ancora oggi sono vere e proprie “gargantas del diablo”, gole del diavolo.
Con quelle ricchezze costruirono splendidi palazzi, chiese, piazze e monumenti, anche qui a Lima. Plaza Mayor ha un fascino tutto coloniale: l’Arcivescovado con i mirabili balconi lignei; la Catedral, il Municipio e il Palacio del Gobierno che si guardano l’uno di fronte all’altro.
Pizarro tracciò i confini di Plaza de Armas e diede vita a la Ciudad de Los Reyes. Qui nella cattedrale c’è la sua tomba monumentale. Analfabeta, avventuriero avido, feroce e spietato, riuscì con un drappello a cavallo di soli 160 uomini, e col tradimento!, ad aver ragione dell’esercito inca di 40.000 guerrieri.E fu la fine dell’Impero del Sole e della Luna.
Certo è che se dovessi ascoltare ciò che ha scritto di lui Bartolomeo de Las Casas - “solo Dio potrà giudicare gli orrendi crimini commessi da Francisco Pizarro”- verrebbe voglia di scrivere oggi per allora, su tutti i muri di Lima, “fuera Pizarro de la ciudad”. Invece grandeggia ancora con una statua equestre nella Plaza de Armas e conserva ancora, riverito, una monumentale sepoltura nella Cattedrale.
<> mi dice la guida, che però è di Cuzco.
Città di grandi contraddizioni: bei palazzi di stile coloniale e baracche di lamiera, giardini ben curati e fogne a cielo aperto. Lima dei discendenti dei conquistadores e dei diseredati delle Ande; Lima moderna e liberista dei quartieri della finanza e quella comunitaria dei “pueblos jovenes” ( un ricercato eufemismo per non dire favelas). Divisa in quarantanove distretti, ciascuno con il suo sindaco, la capitale ha dovuto accogliere centinaia di migliaia di campesinos da tutte le parti del Paese, arrivati qui per sopravvivere e per sfuggire alla guerra tra militari e senderisti – la guerra sucia come l’ha chiamata Vargas Llosa – che ha tormentato il Paese per quindici anni fino al 1992. Si estende per 110 chilometri, come Los Angeles e Città del Messico, e come un polpo allunga i suoi tentacoli sulle colline circostanti.
La garùa, una nebbia sottile e persistente nove mesi all’anno, quasi tinge di grigio i palazzi pur coloratissimi delle diverse ambasciate: il più bello è quello dell’Argentina, una casa tutta rosada; il più sgradevole è quello del Venezuela, una casa tutta rossa. Ordinati, i quartieri residenziali: la colta Miraflores, l’artistica Barranco, la tranquilla Sant’Isidro. E’ in questi rioni che oggi è andata a vivere l’antica borghesia creola-coloniale proveniente dalle ricche haciendas delle piantagioni di canna da zucchero.
Nell’esclusiva Sant’ Isidro, dai condomini americaneggianti , in un bellissimo ristorante, facciamo la gustosa scoperta della cucina peruana e del Pisco Souer: un mix di acceso aguardiente, di lezioso chiara d’uovo, di stuzzicante angostura. Conviviale ! Il primo bicchiere ti mette in sesto, il secondo ti mette allegro, il terzo ti rende più simpatico, il quarto ti esalta, il quinto ti abbatte e ….vedi l’El Dorado.
Ma non è questo il Perù che vogliamo e, allora, lo cerchiamo più a Sud lungo la zona costiera, percorrendo in pullman la Panamericana che passa per Paracas, Pisco, Ica, Nazca, fino a Camanà, verso le alture della Cordillera de Los Andes, risalendo l’altopiano fino a 4000 metri e al Lago Titicaca, per discendere il Valle Sagrado fino a Machu Picchu. La Panamericana è strada leggendaria che percorre tutto il continente americano dall’Alaska al Cile, per oltre 45 mila Km, e si dirama fino alla Terra del Fuoco.
Occorre partire presto al mattino per vedere la costa di Paracas e le Isole Ballestas, perché il vento che spazza la costa e ingrossa il Pacifico rende possibile uscire in motoscafo solo nelle prime ore. Però, ne vale la pena!
Già all’imbarcadero i pellicani liberi sulla spiaggia anticipano un luogo singolare per la sua natura. Non avevo mai visto prima d’ora i pellicani intenti a pescare. Sono uno spettacolo per la velocità con cui si tuffano in picchiata nell’acqua, non appena hanno individuato un pesce, e per la successiva aggressività nel difendere la preda.
Un non so che di inquietante mi attraversa nel lasciare la penisola di Paracas. Allontanandoci dalla costa aspra, battuta dai venti e sferzata dalle onde dell’oceano, provo la sensazione chiara del distacco: dalla terra ferma, dal continente, dalla gente e dalle abitudini e dalle certezze e dagli affetti. Già l’anno prima, in Sud Africa,lasciando il Capo di Buona Speranza, avevo provato un analogo stato d’animo. Lì avevo di fronte l’Antartide, lontano da tutto, qui ho l’’immensità del Pacifico, ma il senso di inquietudine è lo stesso.
E’ straordinario avvicinarsi alle Islas Ballestas -emersioni bianche ed aspre da un mare verde/azzurro- e scoprire che quei puntini bianchi e neri, somiglianti da lontano a pietre spaccate dal sole e dal vento, altro non sono che le decine di migliaia di cormorani e sule e pinguini e fenicotteri e gabbiani che coprono tutta la superficie delle isole. Foche, leoni marini e pinguini si inerpicano per trovare un tranquillo posto al sole nei punti impervi della scogliera.
E’ la natura allo stato puro! All’uomo non è consentito sbarcare su queste isole.
L’odore acre, pungente e sgradevole del guano ricorda che un tempo da queste isole partivano per il mondo navi cariche del prezioso fertilizzante: una ricchezza. Poi la scoperta del fertilizzante chimico segnò il declino di questo mercato e restituì le isole al trionfo della natura.
Mi restituisce tranquillità e dolcezza il vedere uno stormo di trampolieri dai colori bianco e rosso volare basso in un cielo azzurro-infinito.
<< Sono stati proprio il rosso delle ali e il bianco del corpo di questo uccello ad aver ispirato i colori della bandiera peruviana>> ci spiega la guida.
Que viva Perù!
Frastagliata, tozza e disabitata la penisola di Paracas annuncia il paesaggio desertico, più a sud. “Custodisce” il misterioso Candelabro: un enorme disegno esteso 120 metri, tracciato nella sabbia compatta di una parete a mare, e che somiglia proprio a un candelabro a tre braccia.
E’ un idolo, un segno zodiacale, una mappa? Resta il mistero.
Certo è che venendo dalle Islas Ballestas, dal mare aperto e infinito, avvicinandosi la lunga costa aspra e desertica, il cuore del navigante si quieta quando vede da lontano il segnale costruito dall’uomo.
Che non sia proprio l’avviso ai naviganti n° 0 questo enorme disegno che solca il terreno a una profondità di 50 cm! Sicuramente è l’anticipo delle famose linee di Nazca, 150 Km più a sud.
Chincha, Pisco, Ica sono città interne rispetto al litorale deserto e sabbioso di Paracas. Sono oasi percorse da fiumi che interrompono l’arsura della zona desertica, irrigate da antichi canali e ricche di frutteti e piantagioni di cotone, ma soprattutto di viti trapiantate dai primi spagnoli. Se non fosse per il pisco, la famosa bevanda che si ottiene dai graspi della vite, queste città non sarebbero così conosciute. La maggior parte delle distillerie sono concentrate a Ica, ma la bevanda prende nome dalla città di Pisco. Chincha gode fama di città afro-peruviana, allegra e godereccia. Molti discendenti degli schiavi di colore vivono tutt’oggi in questa località. Furono portati qui dagli spagnoli a lavorare nelle piantagioni di cotone, agli ordini di impietosi capataz nelle grandi haciendas.
Anche qui gli schiavi neri, abituati a tacere, sfogavano la loro rabbia con la danza e raccontavano le loro pene con i canti.
Dire Nazca vuol dire le linee più famose del mondo. Misteriosi segni tracciati dalla civiltà nazca nel deserto assolato, utilizzando la tecnica semplicissima di spostare le pietre bruciate dal sole e lasciare esposto il terreno sottostante di colore più chiaro. Misurano fino a 300 m. e raffigurano lucertole, uccelli, scimmie, ragni. Segni tracciati per essere visti unicamente dal cielo e parlare solo agli dei.
Tracciati da chi e perché? Generazioni di studiosi non hanno trovato risposta. Calendario astronomico, camminamenti rituali, piste di atterraggio per gli extraterrestri…Il mistero resta aperto.
Astuti i Nazca: diventare famosi mantenendo il mistero!
Il sorvolo con un piccolo velivolo dell’Aereo Condor dà il colpo d’occhio suggestivo sulla vasta area arida e desertica che, alla sommità di profondi calanchi, presenta estesi e riarsi pianori: le pampas. E’ qui che linee rette o a zig-zag, spirali e triangoli e quadrati perfetti compongono le enormi figure.
<> è la voce ripetitiva del pilota.
In pullman, verso sud. Attraversiamo vaste zone desertiche a strapiombo sull’oceano Pacifico. Non c’è albero, arbusto o cespuglio. Solo sabbia, ai lati della strada e anche sulla strada. Se non fosse per un veicolo appositamente utilizzato per togliere la sabbia portata dal vento la strada sarebbe impraticabile.
Quanta sabbia!
Dune, vere e proprie montagne di sabbia. Il contrasto tra la sabbia bianca e il blu intenso, e a tratti verde-smeraldo del mare sottostante, è ammaliante. E’ come l’incanto aspro e selvaggio della costiera amalfitana, dal lato degli strapiombi sul mare; è il fascino del nulla del deserto sahariano, dal lato delle montagne di sabbia.
La Panamericana qui è un nastro lungo e stretto che si insinua nel litorale, a tratti dritto e lineare, e permette appena il passaggio di due camion affiancati.
Ha l’occhio lungo e la mano buona l’autista del nostro pullman.
Pochi mezzi pesanti che trasportano merce, solo qualche macchina stracarica di mercanzie e qualche villaggio di pescatori sono le uniche miserie che incontriamo fino a Camanà. Trecento chilometri di paesaggi mozzafiato, di litorale desertico e di costa scoscesa, salendo e scendendo da montagne di sabbia in un continuo aprirsi di baie con lunghe spiagge e di scenari cangianti dal bianco al giallo, dal verde all’ocra al rossiccio.
Qualcuno del gruppo, preso da spudorata e improvvisa, incontenibile voglia di Perù prova a chiedere: degli inca quando parliamo? I lama e gli alpaca quando li incontriamo? Ormai sono quattro giorni che siamo in Perù.
Come se volesse rispondere alla domanda l’autista devia verso l’interno mentre la guida ricorda con sussiego :
<< i camelidi vivono nella zona alto-andina; degli Inca per ora non se ne parla perché lo farà la guida di Cuzco>>.
Lasciate la zona costiera e la Panamericana, che continua verso sud, risaliamo le alture della Cordillera de Los Andes.
Finalmente le Ande…dai nostri Appennini. Magnifiche montagne che sono la colonna vertebrale del Sud America. Vette altissime: Huascaran 6768 m., l’Apusangate 6400 m., il Coropurna 6425m., l’Ampato 6314 m., Vilcanota 6400 m. Cime che toccano il cielo e che, secondo la leggenda, sono le dimore degli Apu, gli spiriti tutelari che ricevono ancora oggi dalla gente andina offerte di foglie di coca e tabacco, di feti di lama, di dolci e di alcool in cambio del dono della pioggia, della fecondità degli animali e della protezione dei campi contro la grandine, il gelo, la neve e la folgore. Scenario di riti ancestrali che ancora oggi si rinnovano periodicamente nelle fiestas celebrate nei diversi periodi e in tutti i paesi andini.
Ai piedi di tre vulcani attivi -il Chachami (6080 m), il Misti (5825 m) e il Pichupichu (5500 m)- affiancati l’uno all’altro e che fanno da sfondo di uno scenario aperto e solare, tra oasi verdissime coltivate a frutteti e irrigate dal prezioso fiume, sorge”la Blanca Reina de la Sierra”: Arequipa, a 2370 m di altezza, con strade ombrose e freschi “casonas” coloniali costruiti con la pietra del luogo, il candido sillar la lava bianca dei sovrastanti vulcani.
Racconta la guida: <>.
Oggi come ieri vale fermarsi ad Arequipa per il clima mite tutto l’anno, per la terra fertile e la ricchezza dell’acqua. Vale fermarsi al mirador: si gode un paesaggio bellissimo, con le bianche case che risaltano sotto un cielo perennemente blu e con la corona di alte montagne innevate. La blanca ciudad de los Andes, fondata nel 1540 da Pizarro, sempre lui, dopo che ebbe conquistato Cuzco.
La chiesa della Compagnia, anch’essa come la Cattedrale di un bianco splendente, testimonia la presenza ieri e oggi dei Gesuiti. Qui Sant’Ignazio di Loyola ebbe la “illuminacion”; qui la Compagnia di Gesù si dichiarò contraria ad un’impietosa tassa imposta agli indios, generando così il contrasto con la Corona. Da allora i gesuiti furono richiamati in patria e ritorneranno in Perù soltanto nel XX secolo.
Si respira ancora l’aria della Conquista ad Arequipa nei palazzi spagnoleggianti, nell’immancabile Plaza de Armas, nel Convento, nella esposizione all’esterno della Croce Vestita: arricchita con il lenzuolo, la lancia che trafisse il costato, la corona di spine, i chiodi e il martello, la scala che servì per la deposizione. Fu questa la croce portata dal monaco Vincente De Valverde per evangelizzare i popoli andini. La Croce de la Conquista del nuovo mondo in nome di un nuovo Dio.
Pesano ancora come macigni le parole pronunciate nel 1493 dal Papa Alessandro VI :”che i popoli barbari siano vinti e condotti alla fede”.
Si sente ancora, nei palazzi sontuosi e nel barocco meticcio dei frontoni e dei portali, quel cattolicesimo esuberante e passionale degli spagnoli. Ma più ancora si respira e si vive nel Monasterio di Santa Catalina che resta una delle testimonianze più affascinanti di quel passato coloniale.
Città nella città, il monastero fu fondato nel 1580 e accoglieva le secondogenite delle famiglie spagnole più agiate. Qui le giovani rampolle della nobiltà coloniale vivevano come nei loro palazzi tra scandali e feste, sfiorate dai racconti più o meno morbosi che aleggiavano su questo misterioso e remoto quadrilatero di pietra, piazzato a due passi dal cuore della città. Suor Cadena fu la suora normalizzatrice inviata dal Vaticano a liberare le centinaia di serve e schiave che accudivano le monache.
Oggi Santa Catalina è solo un sogno colorato. Improvvise esplosioni di azzurro e di ocra si aprono oltre i misteriosi corridoi e le eleganti cappelle, tra patios fioriti di aranci e fontanelle da cui sgorga l’acqua che arriva dai vicini vulcani. In un incredibile gioco di rimandi l’abbagliante luce solare dell’altopiano andino scivola tra le pareti diversamente colorate del monastero: il blu indica le camere delle suore; il rosso, il giallo, il rosa gli spazi destinati ai servizi.
Doveva essere un convento, ma per me somiglia più a un club esclusivo che a un convento. Insomma, a ciascuno la sua monaca di Monza.
Ha fascino questa seconda città del Perù, sorta ai piedi di giganti assopiti che spesso si risvegliano e violenti terremoti ne squassano le fondamenta. L’ultimo,devastante, fu nel 2001.
Arequipa è anche la capitale gastronomica del Perù e quella peruviana -dicono in molti- è la migliore cucina di tutta l’America Latina. Al ristorante Ary Quepay si gustano piatti speciali: il lomo saltado,pezzetti di manzo con cipolle; la parillada che comprende agnello, alpaca, maiale e cuore di vitello; il rocoto rolleno, peperone ripieno di manzo tritato. Su tutto le immancabili patate. La prelibatezza dei peruviani è il cuy croccante: il maialino di Guinea, ovvero un grosso criceto.
Sarà pure buono, ma vi assicuro che vedere un roditore intero nel piatto, anche se ben arrostito, non è uno spettacolo incoraggiante.
Lasciato alla sua decadenza il Monasterio , voliamo verso Puno e il Lago Titicaca, a 3830 metri di altezza. Colpisce il sorroche, il male d’altura, da combattere con mate de coca, cioccolato,ossigeno.
L’aeroporto di Yuliaca, posto quasi alla sommità delle cime che lo circondano, e la guida locale anticipano che ci troviamo nella regione alto-andina, dove non c’è vegetazione, pascolano il lama, il guanaco, l’alpaca e la vigogna, brucando radi ciuffi d’erba.
Qui la gente che vi abita ha la pelle color cuoio, gli uomini portano il chullo, caratteristico copricapo alto-andino, e le donne la tipica bombetta. La gente parla le lingue aymarà e spagnola; coltiva tuberi e radici, conosce 410 tipi di patate; vive nella meseta in case costruite con mattoni di fango e paglia; non ha la corrente elettrica e quando il vento gelido della puna urla e scuote le case si riscalda al fuoco fumoso, alimentato da sterco di bovini e di lama.
Puno, 90.000 abitanti, fondata anch’essa dagli spagnoli nel 1668, non ha molto da offrire al turista. Dal suo porto salpano le imbarcazioni dirette alle isole del lago Titicaca. Questo “mare delle Ande”,diviso tra Perù e Bolivia, è il più esteso dell’America del Sud.
Ha un fascino unico perché muta di colore a seconda delle ore del giorno e degli umori del clima. Noi lo vediamo con un cielo limpido che dà all’acqua un colore cobalto e con le poche nuvole che si riflettono così esattamente tanto da far provare un senso di vertigine: come se il lago si fosse improvvisamente rovesciato. E’ un grande lapislazzuli incastonato tra i picchi innevati della lontana Cordillera Real, poggiato su sponde che sembrano un patchwork dai toni giallo intenso della totora, verde delle giuncaie e ruggine dei sentieri campestri.
Un lago così non può che essere custode di antiche leggende. Per la gente aymarà è la culla dei popoli andini e i miti raccontano di Viracocha , dio Sole e creatore dell’universo, dei figli del dio Sole e dell’origine della dinastia inca.
Spiega la guida: <>.
Quanto è vero che i miti e le leggende possono far capire bene il luogo, meglio delle descrizioni professionali.
Su un promontorio si trova il luogo più antico e strano di questo angolo di Perù. E’ Sillustani, centro cerimoniale e necropoli dei Colla, altro popolo pre-incaico, formato da torri sepolcrali rotonde dette chulpas.
A questo luogo si attribuiscono poteri magici . L’ora del crepuscolo , il silenzio e la quiete fanno capire come alto e profondo sia il cielo quando si confonde con il lago e fanno comprendere bene la preghiera di origine aymarà recitata per noi dalla guida:
<< O Viracocha, creatore delle stelle e dell’universo, ovunque tu sei, nell’alto dei cieli, nella profondità del lago, nello splendore di Sillustani, dacci la tua mano protettrice. Aspettiamo con la speranza di vederti un giorno >>.
Nelle isole sparse sul lago la vita scorre lontana dalla modernità. Su un’isola montuosa, i pochi abitanti di etnia e lingua aymarà vivono in comunità.Praticano da tempi remoti l’agricoltura e con rudimentali attrezzi coltivano patate e ichu, un’erba usata come foraggio e raccolgono fiori di eucalipto. Sono le donne a occuparsi dei campi perché gli uomini sferruzzano i tipici copricapi e, senza perdere il piglio virile, vestono indumenti vezzosi e colorati, portano un’alta cintura ricamata dalla quale pende la borsetta per le foglie di coca.
E’ la coca buona, la pianta che nella cultura degli indios è benefica perché è un dono di Dio: aiuta a sopportare la fatica e la vita a 4000 metri di altezza.Gli indios non conoscono la cocaina, ovvero la sintesi chimica della coca, che è un problema tutto occidentale. Uomini e donne consumano un infuso di foglie di coca, le masticano formando il bolo, il caratteristico rigonfiamento della guancia.
Nell’acqua azzurro-cobalto sono più di quaranta le isole. Tequile, Amantani, Isola del Sole, Isola della Luna sono le più note, tutte unite dalla leggenda e dalla speranza di Viracocha.
Ma esistono anche isole artificiali, costruite con melma, radici e totòra: il giunco dai germogli commestibili che cresce abbondante sulle sponde, simile al papiro. Qui vivono i discendenti degli Uro, uno dei popoli più affascinanti delle Ande, che dalle isole galleggianti non aveva mai messo piede sulla terraferma. La leggenda voleva che gli Uro non appartenessero alla stirpe degli umani perchè nelle loro vene scorreva un sangue denso e nero che permetteva loro, con l’aiuto dei curanderos e delle loro magie, di sopravvivere al clima rigido del lago Titicaca.
Scomparsi i veri Uro, sono rimaste le loro isole artificiali e i loro discendenti. Sono 950 in 175 famiglie e vivono su 48 isole galleggianti: soffici spazi dorati dalla totòra, con capannucce di giunco che spiccano meravigliosamente sul cobalto del lago, solcato dalle balsas, barchette di giunco dalla prora ricurva, condotte da silenziosi pescatori o da donne che indossano vesti dai colori sgargianti. Si dice che le donne andine indossino ben dodici gonne. Mai una di loro sarebbe stata Salomè.
Il pullman verso Cuzco segue gli antichi cammini percorsi un tempo dai pastori dell’altopiano per scambiare i magri prodotti della loro terra: carne essiccata di lama, fine lana di alpaca e vigogne, patate disidratate in cambio di mais e di prezioso sale andino. Attraversiamo passi arditi sotto il cielo dei 4000 metri e montagne dalle cime innevate, dai costoni ghiacciati che, alla luce del sole, sembrano lamine di acciaio conficcate nella roccia aspra e nera.
Che spettacolo! Nella valle il treno Puno-Cuzco attraversa lento e malinconico il territorio che alpaca irrequieti e gentili vigogne pascolano in rade praterie.
Entra nell’animo questo paesaggio. Questi colori del cielo, dei monti e dei ghiacciai e dei campi; questi volti della gente contadina, con la pelle conciata dal sole e dal vento, che si accompagna con animali mitici e dal manto lanoso, lasciano come rapiti e fanno “sentire” il luogo.
Sulla carretera per Cuzco l’autista porta il pullman come uno strumento leggero, con progressive giuste accelerazioni e delicate lentezze nei punti più belli del territorio, e dà la sua descrizione dei luoghi:
<>.
Che tipo! Lo chiamano Cabeza de Vaca, non tanto per la grande testa che gli sovrasta il corpo ampio e massiccio quanto per la sua conoscenza della Conquista e la sua avversione ai conquistadores. Li conosce tutti i protagonisti della Conquista e della resistenza india. Pizarro, Almagro, Valverde, Francisco de Toledo, Manco Capac il primo inca, Ataualpa l’ultimo inca, Tupac Amaro. Fino a Simon de Bolìvar che - come lui dice- restituì l’anima al popolo andino dandogli nel 1821 l’indipendenza.
Che personaggio! Gli chiedo cosa ne pensa dell’opera della Chiesa e lui sentenzia:
<>. E mi pare un punto di vista di tutto rispetto.
Arrivare a Cuzco di sera, sulla Plaza de Armas è spettacolo. Una soffusa e sapiente illuminazione dà luce all’esteso porticato sormontato da balconi lignei, veri e propri capolavori di valenti artigiani, intagliati con motivi coloniali. Due chiese imponenti, la Cattedrale e la Chiesa della Compagnia, danno austerità alla piazza molto ampia e animata da negozi, ristoranti, tabernas, cafè, gioiellerie, gallerie d’arte e d’artigianato.
E’ un piacere passeggiare sotto questi portici e ascoltare la voce della campana maggiore della cattedrale al cui bronzo fu aggiunto l’oro degli inca. E’ godimento bere un boccale di cuzquegna, l’ottima birra locale, in uno degli intriganti balconi lignei e spiare la piazza come fosse la più bella senora di Cuzco. Mi aspetto che da un momento all’altro, da una delle stradine adiacenti si presentino dama y caballero per un malinconico e struggente giro di ballo.
E’ una città-donna Cuzco, consapevole del suo fascino antico e pronta a svelare le proprie seduzioni storiche e artistiche.
Due enormi bandiere al centro della piazza, l’una peruviana e l’altra cuzquegna, quest’ultima simile alla bandiera della pace perché fatta di tutti i colori dell’arcobaleno, sventolano l’orgoglio di una città che è quechua, inca, spagnola, peruviana, latino-americana e,infine, patrimonio dell’umanità. Ai quattro angoli la piazza si apre su strade selciate che portano ai tipici quartieri: San Blas, il quartiere artigiano,è il più bello. Le case colpiscono per come sono fatte: alla base hanno grandi massi squadrati, tipici delle costruzioni inca, e sopra hanno la muratura spagnola.
Jorge Airampo Arones parla italiano con disinvoltura, portoghese con saudade, spagnolo con accento castigliano, inglese con sussiego, quechua con orgoglio inca. E’ nato a Cuzco e ne conosce le origini,la storia e il presente. E’ l’ultimo inca ? No, è la prima guida di Cuzco,antropologo. Una guida che sa il mestiere e che ha lavorato con Piero Angela e Patrizio Roversi..
Per quanto io ami il Perù, la sua storia e la sua gente, lo devo a questa guida eccezionale.
A Cuzco non si parla lo spagnolo ma il quechua, l’antico idioma indio adottato dagli inca.
Inca è un nome che profuma di mistero. Vuol dire principe, ma in seguito divenne un nome collettivo che designò l’intero popolo di stirpe quechua.
Spiega Jorge <>.
A questo punto della spiegazione, e vista la forte prevalenza femminile del gruppo, Jorge aggiunge sottovoce, ma solo al mio orecchio e con aria di complicità:
<>.
Perché mai lo abbia voluto dire solo a me è una domanda che continuerò a pormi.
(continua) Filippo Pugliese
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